IL FATTO QUOTIDIANO

TEATRO, RASSEGNA LIGURE TERRENI CREATIVI TRA PINOCCHIO E VIRTUOSISMI LINGUISTICI

di Tommaso Chimenti

 

Pinocchio-Perinelli è un folle lucido colmo di adrenalina, “il vostro vivere si chiama sopravvivere”, che si tira la maglia come a volersi strappare di dosso la pelle, è Lupin e Rocky, è Forrest Gump, corre sul filo dell’impazienza riuscendo a provocare brividi e commozione, aprendo quelle porte nascoste che teniamo chiuse a doppia mandata dentro di noi per paura della verità. In questo Requiem per Pinocchio c’è il sole in faccia dell’adolescenza, la scanzonatura dell’hip hop, la forza propulsiva della carne alla catena che spinge, del vulcano che ribolle ribelle. 

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DRAMMA.IT

TERRENI CREATIVI 2016

di Maria Dolores Pesce

 

Bravo nella scrittura che il transito scenico enfatizza nei suoi ritmi diacronici, Simone Perinelli mostra una maturità recitativa inaspettata che mescola e ridefinisce i movimenti del gioco infantile aprendo brecce nelle consuete rigidità di maschere e luoghi comuni progressivamente “svelati”. Un impegno faticoso e ambizioso molto ben assolto in scena.

RUMOR(S)CENA

UN FESTIVAL CHE SA AFFRONTARE LA CRISI CON CORAGGIO E PASSIONE

di Francesca Romana Lino

 

Requiem for Pinocchio: Un bulimico irriverente atto d’amore al teatro e ai teatranti, attraverso la fisicità performativa, gli accenti, i vocalizzi e la prossemica esplosiva del suo interprete.

ATEATRO.IT

TRASPARENZE 2016 PER UN TEATRO MAMMA

di Vincenza Di Vita

 

Made in China si caratterizza per essere una dedica a Van Gogh, in forma di cartolina teatrale, mostrando con attenta ironia il merchandising dei musei. Marsicano, attrice giovane eppure d’una consapevolezza antica nei gesti e nella voce, è cantante energica, è presenza necessaria e opportuna, il suo ipnotico ombrellino cinese fin dall’inizio evoca i vortici dei paesaggi del pittore olandese, mentre Perinelli dall’altra parte della scena, crea con lei una coppia simmetrica, mai distante, è autentico testimone di follia, arte, stereotipia comica e pericolosa parola, mostrando una generosa ricerca sia sulla parola-testo sia sul corpo-testo. Dettagliato lo spettacolo si pone in ascolto, attraverso una dedica che si nutre di molteplici segni: la indagine linguistica; lo studio sulla deteriorabilità della copia commerciale; i dettami del feng shui; i selfie e i petali-gocce a delimitare il tempo scenico, come una pioggia temporale e fantastica. Più che dare una lettura di Van Gogh, questa opera offre spunti per quesiti e indagini sull’artista, su come nel quotidiano si manifesti la vera eternità, che incuriosisce proprio per questa sua anima “feroce”, così descritta da Isabella Rotolo, consulente artistica dell’evento spettacolare.

PAPERSTREET.IT

MADE IN CHINA, O IL RICATTO DELL'AUTISMO FORZATO

di Giulio Sonno

 

Perinelli giunge allora sul palco come un daimon, un demonietto dispettoso, una sorta di guardiano dello spirito del tempo, vestendo ora i panni di Van Gogh ora quelli del copista cinese, infondendo quella voce che ogni volta rimane inascoltata. Ritornano i pensieri del pittore olandese, i suoi deliri, le lettere, ma anche spaccati di contemporaneità, da una sartoria cinese all'arredo Feng Shui, con innumerevoli echi di film, libri, serie tv, quasi a fare del pop un pastiche improbabile eppur possibile di verità (cfr. Requiem for Pinocchio). In questo mondo di apparenza coatta, però, la verità fatica incredibilmente a trovare spazio: è obsoleta.

[…] Tutto è ormai Made in China, perché prevale l'accumulo – non l'uso. Si compra e si vende, si vende e si compra, poi forse ci si interrogherà sul perché, ma l'importante intanto è che il meccanismo continui a girare. E così impazziamo tutti, inevitabilmente: impazzisce chiunque voglia conservare la sanità della propria sensibilità.

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TEATROECRITICA.NET

A TEATRI DI VETRO SENZA FINANZIAMENTI REGIONALI IL VAN GOGH CONTRAFFATTO DI LEVIEDELFOOL

di Andrea Pocosgnich

 

L’ultimo lavoro, Made in China postcards from Van Gogh, è una produzione del Teatro della Toscana (Teatro Nazionale nato dall’unione di Pergola e Pontedera). Eppure non è uno spettacolo su cui scommettere facilmente. 

Simone Perinelli, drammaturgo, regista e interprete è autore qui di una sorta di sogno lucido, un paesaggio teatrale onirico in cui Van Gogh incontra Artaud e la realtà storica si deforma come burro al sole. La Cina, è la maschera posticcia con cui corrompere la narrazione, la logica e le aspettative degli spettatori, ma è anche l’altra faccia di una società dei consumi talmente rapace da mettere in piedi una vera e propria industria della copia d’arte: a Hong Kong il celebre quadro dei girasoli è tra le opere più richieste, come afferma la compagnia nelle note di regia, è “la ricerca di un metodo infallibile per riprodurre miracoli su richiesta”. Poi però c’è Van Gogh chiuso nel suo dissidio e qui la riflessione sull’artista incompreso invece che prendere la solita strada romantica si scontra con un lirismo contemporaneo: accade da subito, nel monologo iniziale di Perinelli dedicato alla necessità di ritrovare noi stessi in ogni segno e azione che ci appartiene.  

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SALTINARIA.IT

MADE IN CHINA, POSTCARDS FROM VAN GOGH - TEATRO VASCELLO

di Enrico Vulpiani

 

Perinelli prova a dar voce ai tormenti, ai deliri celati nelle opere più famose del pittore olandese, i corvi del campo di grano, il buio della notte stellata, l’assenza, nella camera da letto, la recisione dei girasoli. Il Feng Shui pretende di insegnarci dove, come, quando, perché vivere le cose, reiterando l’assolutismo consumistico, ma è proprio così che la scena della società si inceppa, così come il microfono, la voce… un riflettore, d’improvviso, si schianta a terra, tutto è difettoso, battute “made in china”, programmate per dissolversi un istante dopo.

[…] Molto brava Claudia Marsicano, fornisce efficacia nella rappresentazione dell’effimero contemporaneo. Una satira umana che ci indica punti da cui ripartire, se ne avremo la sensibilità e la volontà.

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PAC MAGAZINE DI ARTE & CULTURE

LEVIEDELFOOL A TEATRI DI VETRO: TRA VAN GOGH E CINESERIE KITSCH

di Laura Novelli

 

I “materiali” di partenza, rielaborati con illuminata originalità, rappresentano essi stessi una mappa di stimoli estremamente fluidi ed eterogenei essendo costituiti da alcune lettere del grande pittore olandese citato nel titolo (indirizzate a Theo, Emile Bernard e alla sorella Wilhelmina) e, ancor meglio, dalla capacità visionaria che lì si sprigiona entrando in relazione – o confliggendo – con le sue opere più note e con la mercificazione che oggi, in Cina come altrove, si attua della sua grande arte (ma direi dell’Arte in genere), negando valore all’unicità dell’atto creativo e (con)fondendo giocoforza i confini tra creatività e artigianato, opera e operazione commerciale.

Sarebbe tuttavia banale ridurre il nocciolo del discorso ad un fin troppo scontato paragone tra la potenza e l’autenticità della pittura di Van Gogh e, di contro, la serialità dimessa, sfacciata e kitsch delle cineserie odierne perché qui in realtà, secondo me, Perinelli (autore e regista oltre che interprete) ha costruito un “concerto teatrale” sul tema della perdita del centro, dello smarrimento umano, dello “smarginamento” valoriale ed emotivo in cui ci dibattiamo quotidianamente e in cui, tanto più, si dibatte oggi l’Artista (tema tra l’altro già trattato nel precedente “Macaron”).

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IL SOLE 24 ORE

VAN GOGH MADE IN CHINA, TRA AUTORITRATTO E SELFIE

di Giuseppe Distefano

 

“Ogni cosa che fai e che dici è un autoritratto”. Elencando al microfono una lista di azioni quotidiane assurte a opere d'arte, ripete questa frase il Van Gogh dell'attore e autore Simone Perinelli alternandosi nei panni del pittore olandese e in quelli di un cinese. Quest'ultimo è un venditore del Made in China, ovvero della riproduzione di massa dell'opera d'arte a fini commerciali e destinata alla deperibilità. È un arredatore d'interni, che elargisce i consigli dell'antica arte cinese di Feng Shui di arredare in armonia con l'energia dell'universo. Ma detta anche le cinque regole del “selfie” perfetto, l'autoritratto del nostro tempo immortalato nello smartphone, l'autoscatto divenuto mania. Cosa c'entri Vincent con la Cina, due mondi distanti sia geograficamente che culturalmente, è presto detto: mettere a confronto, nel loro stridente contrasto di eternità e deteriorabilità, l'arte sublime e immortale del grande artista – che scriveva “Non soffocare la tua ispirazione e la tua immaginazione, non diventare lo schiavo del tuo modello” –, e quella kitsch ed effimera della riproducibilità. Nasce da questa idea lo spettacolo “Made in China. Postcards from Van Gogh” di Simone Perinelli in scena con Claudia Marsicano. Ed è subito visione teatrale: un rimando al mondo pittorico e alle pagine letterarie di Vincent sconfinanti nell'immaginario orientale di ieri, compreso il mondo ordinario di oggi, come i cinesi dei negozi, resi con l'ironia dell'imitazione parlata della “elle” al posto della “erre”, e con una divertente scenetta. 

Sempre, però, nell'alveo di una scrittura poetica e surreale creata da un susseguirsi di quadri a sé stanti, di scene evocative. 

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IL FATTO QUOTIDIANO

MADE IN CHINA, ALLA RICERCA DI NOI STESSI ATTRAVERSO I SELFIE

di Tommaso Chimenti

 

Tirare una linea, ardita e irta, complicata di curve a gomito, tra il Vincent dei girasoli e la Cina, non tanto intesa come Ming o bandiere rosse, ma quanto come la riproducibilità di massa dell’opera stessa per fini commerciali, è esperimento alto, di frizioni e slanci, che Simone Perinelli (qui fa un salto rispetto alle sue produzioni precedenti da monologhista puro) mette sul piatto nel suo “Made in China”, scagliando i dadi della sua dialettica, del suo stare sul palco, della sua scrittura vorticosa e surreale, del suo corpo che si fa parola, sul tavolo verde della riflessione, dell’immagine a specchio tra la creazione e la sua scadente copia. 

In una rincorsa di rimandi all’immaginario orientale, incarnati dall’alter ego Claudia Marsicano (in un ping pong all’ultimo spigolo), dall’ombrellino alla “elle” al posto della “erre”, dalle spiegazioni sul feng shui, a contrasto con frange della biografia del pittore dall’orecchio mozzato, ne scaturisce un frullato ben sedimentato, una pasta frammentaria, ma rigorosa e coerente, dalla quale emerge chiara e convincente la poesia, l’amalgama del teatro, quella sottile linea rossa che salta come ape di fiore in fiore non dedicando una linearità ma soltanto una tracciabilità di parole e suoni, evocazioni ed epifanie, il ruvido che emerge da un’altrimenti inutile superficie liscia. 

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LO SGUARDO DI ARLECCHINO

CORVI DI ARRAS, OMBRELLINI DI SHENZHEN

di Carlo Titomanlio

 

Made in China è uno spettacolo che ha moltissimo da dire. Simone Perinelli è un attore che ha moltissimo da dire. Ha il coraggio di buttar via una battuta, foss’anche la più importante di un monologo, mangiandosi le parole o inciampando ad arte. Sa come appoggiare le frasi a un gesto ripetuto, come distrarle, come violentarle. Non teme di apparire caricaturale, vernacolare, non ha l’ossessione della dizione (della lingua perfetta che nessuno parla), tiene la barra dritta fino alla fine. 

E il testo, il testo! […] Sono frammenti nitidi, pieni di idee, di ritmo, senza stupidaggini retoriche: le deviazioni spudorate e perfino dozzinali (si va, per esempio, da una riflessione profonda sul significato dell’autoritratto all’autoritratto dei nostri tempi: il selfie) si spiegano con il titolo dello spettacolo: se oggi in Cina si producono Van Gogh in serie, batterie di Van Gogh da arredamento (ma attenzione al feng shui!), una giovane compagnia romana può permettersi di fare della vita di Van Gogh una meravigliosa cineseria, una poetica raccolta di cianfrusaglie, se questo serve a combattere il cancro dell’Aneddoto e della Narrazione esemplare. 

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SIPARIO

MADE IN CHINA / POSTCARDS FROM VAN GOGH

di Benedetta Buti

 

Sibilo elettronico molto forte, poi una melodia dolce, probabilmente resa dalle note pizzicate dei liuti tipici della musica tradizionale cinese. Entra, su una scena bitonale dal fondale scuro ed il pavimento bianco, una donna (Claudia Marsicano) con le bacchette tra i capelli ed un ombrellino giallo cinese. Seduta in ginocchio al centro della scena, dal suo viso non trapelano espressioni, finché non inizia a far girare l'ombrellino, prima molto lentamente poi sempre più veloce e piano piano, insieme all'intensificarsi della musica che si colora di accenti sempre più vivaci, le si apre un bellissimo sorriso sul volto. Un ombrellino che diventa una macchia di colore, una stella, un sole, un girasole.

Questa la prima immagine che ci introduce nel nuovo lavoro del regista ed attore romano Simone Perinelli de Leviedelfool, il quale porta in scena un complesso spettacolo fatto di potenti monologhi e passi a due con la brava ed espressiva Claudia Marsicano, sviluppato su quattro quadri poetici, per ognuno dei quali si creano cortocircuiti di senso dati dal contrapporsi di momenti lirici biografici ad alta carica emotiva con interludi comici più leggeri e fruibili.

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RADIOECO.IT

PERINELLI CONTRO CATENE DI MONTAGGIO. "MADE IN CHINA - POSTCARDS FROM VAN GOGH" AL TEATRO ERA

di Giuseppe Flavio Pagano

 

È chiaro che il discorso sulla Cina è un pretesto, una metafora, per parlare anche di quello che avviene a casa nostra, dove i “cinesi” sono i copia-incollatori della stampa, della musica, dell’arte in generale, costretti a ripetere le stesse formule all’infinito, a pianificare il sorprendente e a ciclostilare il trascendente, con contratti di collaborazione occasionale o progetti con scadenza più imminente della mozzarella. Dall’altro lato ci sono le individualità creatrici, schiacciate e represse in ogni secolo, internate in un manicomio a “veder Madonne” se necessario. Già, perché la cura psichiatrica è svilimento dell’uomo (oltre che dell’artista), riduzione delle sua facoltà e omogenizzazione al modello dominante. 

È proprio sul fronte della rappresentazione della follia che si trova il nucleo di questo spettacolo, tra presagi di morte (corvi neri) e comunicazioni all’esterno attraverso le lettere al fratello Theo, alla sorella Wilhelmina e ad Emile Bernard. 

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TEATRO.PERSINSALA.IT

VAN GOGH, IL BLU E IL VERDE MARCIO

di Mailè Orsi

 

Durante lo spettacolo, vediamo in scena una donna che domina principalmente il lato destro del palco: il mondo cinese, fatto di venditori, feng shui, rituali banalizzati e di cineserie moderne: negozi che, a basso costo, offrono prodotti e servizi si scarsa qualità. A sinistra ci sono un uomo, una sedia, uno straccio rosso (citazioni delle opere di Van Gogh): è il mondo dell’artista. La sensibilità e l’energia dello spirito contro l’apparenza, l’imitazione, la contraffazione, ma anche la seduzione e il sorriso accattivante. I due binari esplorano altrettanti mondi, due autentici luoghi dello spirito, oltre che spazi mentali: l’Olanda e la Cina.

La drammaturgia rimane sempre in bilico fra comico e tragico, ispirata dagli scritti del pittore, ma ricca di citazioni cinematografiche e televisive. Anche in essa si rispecchia il doppio binario della messinscena: arte e produzione industriale. Un lavoro sempre a togliere e ad abbassare i toni e il pathos, estremamente essenziale a livello scenografico e giocato in gran parte sull’illuminazione; ricco di simboli. 

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RECENSITO.NET

MADE IN CHINA - POSTCARDS FROM VAN GOGH: IL GENIO OLANDESE NELL'ERA DELLA RIPRODUCIBILITÀ SECONDO SIMONE PERINELLI

di Giulia Focardi

 

L’immagine diventa parola e suggestione grazie al complesso e solido lavoro dell’attore e regista romano, che, con monologhi lirici e potenti e nei passo a due con la bravissima Marsicano, è capace di far respirare la furia artistica e vitale del pittore olandese, avvicinandolo con prepotenza alla nostra percezione, al nostro sentire. “Ogni cosa che facciamo parla di noi” sostiene all’inizio: il corpus (narrativo e biografico) di Van Gogh viene smembrato da Perinelli che ne porta in scena una parte, l’ultima, dal periodo di Arles alla morte disperata, e attraverso le sue opere – dagli autoritratti, compreso quello con l’orecchio bendato, passando per i girasoli, La camera di Vincent ad Arles, i due dipinti delle sedie, fino a Notte stellata e ai corvi premonitori – parla, grida, si avvicina a una contemporaneità povera di contenuti e falsamente glitterata, appunto “made in China” dove tutto è facilmente riproducibile, sostituibile, replicabile (il brillante solo dell’attrice dedicato alle cinque regole del selfie perfetto è il punto focale di questo nucleo narrativo). 

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IL FATTO QUOTIDIANO

VISIONI UNDER 40 INTORNO A COLLINAREA

di Tommaso Chimenti

 

Il gruppo Leviedelfool dopo aver affrontato Collodi ed Ulisse approdano ad un particolarissimo Don Chisciotte in Luna Park, un'esplosione attoriale da parte di Simone Perinelli nei panni di un emarginato sulla tangenziale del Grande Raccordo Anulare che aspetta, con movimenti dondolanti compulsivi, l'arrivo degli alieni che, secondo una sua analisi follemente lucida, di annidano dentro i cantieri stradali.

 

RUMOR(S)CENA

IL DON CHISCIOTTE MODERNO E UNA STRADA SENZA SFONDO

di Tommaso Chimenti

LARI – “… a lui non importava niente di quello che faceva la gente solo una cosa per lui era importante e si esercitava continuamente per sviluppare quel talento latente che è nascosto tra le pieghe della mente e la notte sdraiato sul letto, guardando le stelle dalla finestra nel tetto con un messaggio voleva prendere contatto, diceva: Extraterrestre portami via voglio una stella che sia tutta mia, extraterrestre vienimi a cercare voglio un pianeta su cui ricominciare” (Eugenio Finardi, “Extraterrestre”)

Pinocchio, Ulisse, Don Chisciotte sono i fool di Simone Perinelli che investe una forza espressiva ed una potenza dialettica, che balla tra profondità e ironia, personaggi senza tempo dalle infinite letture, varianti, diciture, sfumature e le declina con questa sua particolare cadenza che pare un tocco di scherma, colpire a fondo e ritirarsi in superficie per poi riaffondare il colpo riannodando. Una tangenziale da Grande Raccordo Anulare è il panorama, o meglio l’orizzonte che chiude sempre uguale e se stesso, che il “nostro” vede, o è costretto a vedere, un poster sullo sfondo in continuo movimento di velocità d’auto e fari e lampeggianti ma sempre costante e immutevole, una lingua d’asfalto che viaggia e va, porta e fa tornare, ricuce e conduce sempre gli altri da qualche parte mentre lui sul bordo, sul ciglio della vita osserva lo svolgersi senza potervi porre rimedio, senza poter cambiare le cose, senza poter intervenire.
Il nostro è un disadattato bonario, carente d’amore e di affetti, solo e abbandonato, con cane immaginario, che spera nell’imminente atterraggio da un momento all’altro degli alieni per salvarlo. Dondola autisticamente nelle sue larghe scarpe da ginnastica (anche qui sembra l’attacco dello schermidore al rallenty come una cantilena, un’oscillare del metronomo che solo a guardarlo fa trance e ipnosi), le mani in tasca nel giubbetto slargato. Sente le voci, o le vorrebbe sentire, vorrebbe sentire l’altro che lo ascolta, lo interroga, che annuisce alle sue tesi su mondi e pianeti lontani. Viene in mente guardando il suo sguardo tralunato, e gli occhi che manda al cielo, il primo Verdone, o il primo Montesano, forse Proietti, a tratti il “Simone” di Panariello o il “Lorenzo” di Corrado Guzzanti o ancora “Ivo il tardivo” di Alessandro Benvenuti.

E’ coatto e borgataro, sembra uscito dai romanzi di Ammaniti, è ingenuo e dolce. Le sue digressioni sono fulminanti miscelando piani di realtà alla più completa illogicità folle. Cerca nel futuro, nelle stelle, in Dio, nella venuta degli alieni (ecco qui che bussa “L’ultimo terrestre” di Gipi) una certezza, una salvezza a quel presente incomprensibile, una spiegazione all’oggi che lo ha tagliato fuori, che lo ha emarginato. Perinelli è qui, ancor più se vogliamo rispetto ai precedenti due step della trilogia, visionario e fantasmagorico, irrazionale e poetico, fascinoso in questi quadri sezionati da un buio che pare tappare la bocca e tarpare le ali ai ragionamenti dialettici fini e dislessici del nostro antieroe.

 

In contrapposizione, come contraltare, appare laterale anche un “renziano” dallo smaccato accento fiorentino che parla costantemente di futuro. Un futuro che è oltre gli elenchi ossessivi delle uscite della tangenziale, una superstrada compulsiva che non lo condurrà da nessuna parte, che lo vede sempre come platea di uno spettacolo grigio che non ha scelto. Purtroppo i troppi finali rendono faticosa e poco scorrevole, se non proprio difficoltosa e claudicante, l’ultima parte quando dopo aver catturato e convinto e conquistato e ammaliato e fatto innamorare il pubblico, deborda in altri quadri che oltre a non aggiungere appesantiscono la narrazione, la rendono incerta e zoppicante arrivando a toccare ora Schettino adesso due stralci, in spagnolo, da Cervantes. Con opportuni tagli la bomba innescata è pronta all’esposione, adesso la miccia, comunque ben carica, ha le polveri bagnate pur rimanendo Perinelli un importante narratore sul binario dell’assurdo che impregna l’esistenza.

 

RADIOECO redazione news

Lari chiama Luna. Il Don Chisciotte di Perinelli  va in scena al Collinarea

di Giuseppe F.Pagano

Se il secondo album è sempre più difficile, immaginatevi il terzo episodio di una trilogia teatrale. Dopo Requiem for Pinocchio e Macaron, i romani “LeVieDelFool” presentano alCollinarea Festival di Lari una nuova opera, quella che dovrebbe completare idealmente una trilogia dell’esistenza.

Le aspettative sono alte su Simone Perinelli, perché già nelle precedenti pièce ci aveva abituato a una scrittura scenica straordinaria. I vari personaggi letterari chiamati a raccolta per scrivere questa grande storia dell’uomo contemporaneo sono stati inizialmente Pinocchio e poi Ulisse. Nel nuovo spettacolo Luna Park – Do You Want a Cracker? entra in scena Don Chisciotte. Ma non subito.

La prima parte della pièce propone un viaggio allucinato sulla Tangenziale Est di Roma. Un elenco di punti da collegare, una solenne sequenza di uscite, una topografia urbana e umana ricostruita con flussi di coscienza, tabelloni pubblicitari, riflessioni escatologiche abbaglianti come un paio di fari su una macchina che ti arriva contromano. Il personaggio che regge le fila di questa “grande bellezza” illogica non è un principe dei mondani, ma un “saggio-matto”, un Tiresia solitario come tanti profeti o visionari che si possono incontrare sugli autobus o a fumare nei giardinetti. Un Tiresia che ci vede benissimo con il suo binocolo, e sa che Dio o Godot non scenderà mai in mezzo alla paralisi umana. Allora l’unica speranza rimane profetizzare il futuro che verrà e immaginare un possibile incontro con gli alieni.

Ma cosa dire agli alieni? Perché se non sei un filosofo, un prete, uno scienziato, la questione non è proprio semplice. Dal Tiresia in viaggio sulla Nomentana arriva dunque il gesto di costruire una nuova umanità nel dialogo con l’altro per eccellenza, l’incontro con il non-umano: offrire un pacchetto di crackers pare la via giusta. Do you want a cracker?Ripetuto come una litania, una nuova preghiera per l’affratellamento, per celebrare l’epifania dell’identità.

La narrazione di Roma come città-parabola-di-ogni-città, un racconto fluido ma iperrealista come la guida notturna, intervallato soltanto da momenti di buio usati come segni di punteggiatura, richiama alla mente Joyce e il suo racconto dei suoi dublinesi in “fuga” dalla paralisi, laddove gesti o situazioni banali portano a visioni spirituali superiori. La ricerca dei mulini a vento sulla luna, mentre si fanno dodici tiri di sigaretta, e nel frattempo gli eschimesi si annoiano guardando la neve.

Perinelli porta la sua sperimentazione oltre, e allora irrompono in scena altri personaggi. Perché chi va al Luna Park non si accontenta di provare solo un’attrazione, di avere una sola visione. E allora arriva Don Chisciotte in persona, che recita in spagnolo. E poi c’è anche Gianni, un figlio del Sud Italia, la cui nonna parla pure da morta, non smettendo di dispensare consigli su come fare il caffè, e la cui famiglia ha trame più complesse delle vicende dei Malavoglia. Inoltre spicca un superbo monologo sulle mani, una prova muscolare in cui Perinelli passa in rassegna ogni fraseologia possibile, ogni stanza semantica, ogni sfumatura lessicale della parola mani in rapporto a mania. Una specie digiostra verbale vertiginosa, dove qualcuno ti prende a schiaffi mentre tu giri attorno a una sola parola. Impressionante.

La chiusura dello spettacolo ha le parole del Comandante della Capitaneria di Livorno, Gregorio De Falco, nella ormai storica telefonata che invitava il capitano della Concordia Francesco Schettino a risalire a bordo della nave. “Torni a bordo, comandante io le ordino di tornare a bordo. Ha capito?”

Questo finale si presterebbe a molte interpretazioni, ma quella che voglio proporre è la metafora di un richiamo all’ordine. De Falco, qui, lontano dall’essere l’eroe senza macchia della triste vicenda del Giglio, è il personaggio che, al sopraggiungere dell’alba, intima comandi, stabilisce i doveri, e insomma fa precipitare il nostro Don Chisciotte dalla Luna alla nave che affonda.

Qualcuno potrebbe obiettare che Perinelli stavolta abbia deciso di proporre una visione meno unitaria, meno coerente dal punto di vista narrativo. In realtà la visione va sovvertita, perché la varietà di registri e personaggi di Luna Park restituisce esattamente l’immagine di questo parco del non-divertimento umano, e ricostruisce peraltro il tema della follia descritta in tutta la sua purezza nel Don Chisciotte di Cervantes. Le allucinazioni visive e uditive, il perseguire il proprio delirio credendolo una realtà, qui prendono forma chiara nel testo. Se tutto si fosse risolto in un’unica storia coerente, in una sola voce, oggi mi troverei a recensire qualcosa che smentiva lo spirito dell’opera di riferimento.

Lo spettacolo di Perinelli, dal punto di vista scenico, arriva a livelli di essenzialità ancora maggiori rispetto a Requiem for Pinocchio e Macaron. Alla luce (e al buio) è delegato il lavoro di cesello scenografico e narrativo. E poi ci sono le scelte musicali, ormai una firma stilistica de LeVieDelFool, sempre indirizzati al post-rock o al modern-classical. La prova attoriale di Perinelli è allo stesso livello della sua scrittura: poderosa. Nella sua performance a Lari ha dovuto mantenere il sangue freddo di fronte a una coppia di spettatori in prima fila che aveva avuto la brillante idea di lasciare i cellulari accesi, e di rispondere addirittura al telefono nel bel mezzo dello spettacolo.

Ai direttori artistici dico: aprite le porte dei vostri festival e delle vostre rassegne teatrali a LeVieDelFool. Agli amanti del teatro e ai lettori più onnivori dico: se leggete il nome “Luna Park” su qualche manifesto, divorziate dal divano e andate a vederli. A Simone Perinelli dico: questa trilogia va pubblicata e messa a disposizione di semplici lettori o altre compagnie teatrali. Qui non si chiede solo la Luna, ma anche il vento sulla Luna.

 

QUOTIDIANO DI BARI

Sulla luna i mulini a vento

di Italo Interesse

Buon successo al Teatro Comunale di Modugno per una produzione Leviedelfoool nell’ambito di Itineraria Festival

Viviamo in attesa. Viviamo d’attesa. Non chiediamo che qualcosa, qualcuno irrompa a strapparci al quotidiano teatrino dell’orrore. Si confida in Dio. Peccato che Dio sia “scappato dopo il Big Bang per la paura del botto”. Allora, chi in sua vece, gli Alieni? Ben vengano. Ma cosa si dice ad un alieno? Un filosofo, uno scienziato, un uomo d’affari, un capo religioso, quelli sì che sanno come comportarsi, come aprire bocca. Ma l’uomo della strada? Non è facile inventarsi la cosa giusta da dire al classico omino verde con una capoccia grossa quanto un’anguria che si presenta d’emblèe, senza fanfare. Simone Perinelli si pone il problema e mette la risposta in bocca a un border line da megalopoli, una di quelle figure ridotte alla solitudine da un sistema che non tollera perdenti, perciò costrette  a cercare rifugio nelle fantasie sconfinate che interrogativi acuti innescano. Una di quelle figure innocue e tenere che puoi trovare a notte, per esempio ferme sotto la capannina di una fermata del bus, in attesa (forse) di un mezzo che non arriverà mai. Il Nostro sa il fatto suo perché gli basta attorcigliare le mani a binocolo sugli occhi per disporre di un mezzo così potente da guardare “Dio e il Futuro”. Tanto potere schiarisce le idee : L’attesa non ha alcun senso se non ti sei preparato “una frase da dire” in caso di contatto ravvicinato. E lui la frase giusta ce l’ha : ‘Vuoi un cracker?’ Nel gesto tenero e un po’ goffo di porgere un pacchetto di crackers (“tutti sbriciolati tranne uno”) è rappresentata la parte migliore dell’umanità, quella che come l’erba cattiva non vuol saperne di morire, quella che dice sempre cosa reca nel petto, quella che alla speranza offre tutto quanto possiede (un pacchetto di crackers, appunto). ‘Luna Park – Do you want a cracker?’ è uno spettacolo di e con Simone Perinelli (consulenza artistica Isabella Rotolo, produzione Leviedelfool) che mercoledì scorso è stato in cartellone al Teatro Comunale di Modugno nell’ambito di Itineraria Festival. Sotto il tiro di un solo faro, immerso nel buio, per settanta minuti Simone Perinelli è lo scemo del villaggio, il protagonista logorroico e stupito di un delirio che avvince. Un antieroe metropolitano si materializza in un non luogo nell’ora più lontana dalla falsità diurna del luna park urbano  nel quale moriamo un po’ tutti giorno per giorno. Chiede poco : “Che le nuvole vengano lasciate ai pazzi e le stelle al cielo” e d’essere ascoltato. Lo si ascolta volentieri. Perché piacciono questi sognatori alla Don Chisciotte che vedono mulini a vento persino sulla luna. Piacciono perché dicono le cose senza chiuderle con punti esclamativi. La ‘sospensione’ che accompagna le loro parole infonde speranza. La speranza in un Dio ‘professionale’, in un alieno ‘serio’ o più concretamente in un consorzio umano disposto a ritrovare  la dignità. Molto bravo, Perinelli, fa del suo Luna Park un’opera essenziale e lieve, densa d’ironia efficace e amara. Un’opera cadenzata da raffinate scelte musicali che procede per quadri intervallati da colpi di buio somiglianti ai tanti collettivi black-out del buonsenso. Contro la notte della ragione, tenero come un ramoscello d’ulivo, s’invola qui lo strale del più involontario e forse letale dissidente.

 

IL MASCALZONE

Macaron, oltre la glassa l’Ulisse contemporaneo di Perinelli

di Emanuela Sabbatini

MACERATA - Ad una anno esatto di distanza dal suo debutto maceratese, Simone Perinelli giovedì scorso è tornato a calcare le scene del Teatro Lauro Rossi di Macerata con “Macaron – Causa maltempo la Rivoluzione è stata posticipata a data da definire”, seconda piece della trilogia sull’esistenza. Risponde così, per la seconda volta al richiamo dell’associazione Nessunteatro, che già l’anno scorso aveva inserito Perinelli e la sua compagnia, LeVieDelFool, all’interno del progetto artistico della rassegna No Man’s Island. Davanti alla scomposizione asintomatica dell’esistenza, allo sbriciolamento di sensi organici, i ragazzi di Nessunteatro colgono ancora una volta il necessario raccordo di un mythos del quotidiano, che raccolga, da un anno all’altro, un percorso di riflessione artistica.

Dopo “Requiem for Pinocchio”, primo step della trilogia, in cui il burattino collodiano, ridotto alla fattezza umana, vomita la sua rabbia contro un vivere che è sopravvivere, e auspica un ritorno alla natura lignea, Perinelli rovista nuovamente nelle storie patrimonio della nostra conoscenza. È la volta dell’Odissea e di Ulisse, r-esistente per eccellenza, fautore della dialettica dell’illuminismo, colui che non fu fatto per viver come bruto.

Superate le colonne d’Ercole, lasciata la sua Itaca con desiderio resistente di farvi ritorno, Ulisse è forse il simbolo più intenso di una umanità combattiva e positivista, persino testarda. È colui che sa da dove parte e ha chiaro il suo obiettivo finale. Assolve la naturale propensione umana al conoscere e percepisce se stesso come essere in divenire. Itaca, patria da cui partire e a cui tornare è la medesima eppur diversa. Così come Ulisse, esploratore di luoghi e di sentimenti, passa per Nessuno prima di poter tornare Ulisse.

Non a caso Perinelli ripesca, in apertura dello spettacolo, il ventiseiesimo canto dell’Inferno dedicato proprio alla figura di Odysseo, colui che aveva osato sfidare i limiti della conoscenza umana. Una sorta di proemio, ode alla musa, utile gancio concettuale per parlare della figura dell’artista.

Incollato, fedele alla linea, Perinelli, così come aveva fatto in Requiem for Pinocchio, torna a parlare di arte utilizzando come strumento proprio la performance teatrale, una sorta di metalinguaggio per affondare la lama nel sentire vivo della sua ferita.

 

Spalle al pubblico e invocando la musa-Ulisse, rivolge gli occhi al cielo, a quell’unica luce che illumina la scena dall’alto. Solo su un palco scarno, spezzetta in suggestioni il suo discorso. Una maschera di maiale veste il suo viso, a ricordarci i porci di Circe e quel po’ di zoomorfismo tratto comune degli dei dell’antichità e, contestualmente, dell’abbrutimento contemporaneo. Un primo codice seguito da un secondo, il suono dello scambio di una pallina da tennis tra due giocatori immaginari, su un campo altrettanto immaginario. Alla mente il richiamo al Blow up di Antonioni, a quell’invito a vedere quello che il mezzo non coglie.

E così il suo monologo diventa a tratti dialogo tra mito e contemporaneità. Itaca specchio di San Vito Lo Capo, Wilson marinaio di Odysseo, Odysseo alterego di Michele, Michele metà dialettica di Veronica. Al non visibile richiama l’attenzione di chi guarda, cercando un improbabile colloquio tra due forme di narrazione epica.

L’artista come Ulisse: un resistente, colui che esiste e perdura nel suo obiettivo finale. Se per Ulisse il fine è quello del fare ritorno alla sua Itaca, consapevole del tempo che si spezzetta in infiniti attimi e infiniti luoghi, per l’artista il ritorno è all’altrove, qualcosa che vada oltre il tempo, oltre l’hic et nunc e si vesta di universalità.

È in questo percorso accidentato, per stelle come per navigatori satellitari, e che va ben al di là di luoghi fisici che si consuma la natura d’artista. Il piccolo appartamento di San Vito Lo Capo da cui poter vedere il mondo e simulare, sabbia sotto i piedi, il lembo di spiaggia sottostante è un topos dove vivere la vita degli altri. Osservare l’intorno, non farne parte, costruire nell’assenza la più forte testimonianza di presenza, recintarsi nel ritorno alla vita bloccata, nell’Ulisse incatenato.

Veronica, un sorriso per la pubblicità dell’Estathè, interpreta alla lettera, il macaron, la glassa parigina dell’artista che vive nel luogo fisico la sua possibilità espressiva. L’Italia, il Paese morto e sepolto, non è luogo adatto all’arte. Approda a Parigi Veronica, per investire su se stessa.

Il secondo step di Perinelli è forse meno organico rispetto al suo Requiem for Pinocchio. L’estetica in qualche modo si ripete: la forma di dialogo-monologo, gli interessanti innesti musicali dai Pink Floyd ai Pixies passando per i Wheater Report, il Wilson-Pinocchio, la centralità della piaga dell’esistenza dell’artista, il mescolare tradizione testuale e contemporaneità alla Facebook.

In qualche modo la formula è vincente e, sebbene sia meno forte di suggestioni rispetto al volume uno della trilogia, Perinelli continua a percorrere una strada calda di tematiche e di problematiche. Nella solitudine della propria poltrona, lo spettatore interpreta l’artista nel suo vivere quotidiano, fa suo e introietta una r-esistenza al fine, tanto dolorosa quanto contemporanea. E si finisce con l’avere nostalgia, dolore per un ritorno che è più vivo che mai perché non abita il passato ma si nutre di oggi, un oggi che stenta a divenire meta.

IL FATTO QUOTIDIANO

Teatro sui mattoni rossi di Lari

di Tommaso Chimenti

“...O ancora, con la splendida scoperta de Leviedelfool in un testo, Macaron parte della Trilogia con Pinocchio e Don Chisciotte, tra la condizione attoriale e il vagare di Ulisse, che esalta le qualità di Simone Perinelli, eclettico e fascinoso burattino votato al fallimento...”

GAZZETTA DI PARMA

Applausi a Scurano per la storia “Rovesciata”

E Pinocchio vuole tornare Burattino

di Valeria Ottolenghi

Ma la storia di Pinocchio finisce bene o male? E’ giusto che sia contento il burattino di essere infine diventato bambino? Meglio: di aver accettato il principio di realtà, rinunciando a fughe e a peripezie per mettersi a lavorare responsabilmente, anche per il suo povero babbo? 

Una forma di suicidio infondo, con la perdita della propria identità originaria, vegetale, non-umana, ultraterrena: diventare come tutti gli altri, una delle tante metamorfosi presenti nel libro di Collodi, ma ormai, in quell’ultima scena, dolorosamente definitiva, irreversibile. E’ ritornato alla mente il libro di Manganelli “Pinocchio: un libro parallelo” nel seguire, terzo spettacolo in programma per il Palio Poetico Musicale ErmoColle, presso la corte Baroni di Scurano, lo spettacolo di Simone Perinelli (autore, regista e unico interprete in scena) “Requiem For Pinocchio” della compagnia Leviedelfool, musiche eseguite dal vivo da Isabella Rotolo. Perché è proprio riconoscendo il carattere triste, cupo, di questa storia iniziatica, una conclusione priva di gioia che - in quello strano mondo che è il teatro, spazio/tempo di continue trasformazioni - Pinocchio, in una sorta di processo, non solo si dichiara innocente, ma domanda... di voler tornare burattino! Perinelli si muove in forma marionettistica, cambia voce, argomenta la sua richiesta, preferendo tornare quello di un tempo, rinunciare a quel vivere che è sopravvivenza, costretto, quale essere umano, anche a invecchiare e morire. Pinocchio ricorda la sua nascita - “prima opera vivente della storia” - con riferimenti, per i film citati e la povertà che si espande - al nostro presente. Rievoca le molte persecuzioni subite, grilli che resuscitano, carabinieri, conigli neri, il gatto e la volpe... “Beh, penso, sempre meglio che essere umano, no?”. La scena con Pinocchio che implora la fatina di salvarlo, aprirgli la porta - ma lei, figura ambigua, ricattatoria, dichiara di essere morta!. Shakespeare (un po’ di “Amleto”), teatro nel teatro - e la testa d’asino per essere finito nel paese dei balocchi, con la notte d’inverno/d’inferno e il piacere della citazione/provocazione... un’opera galoppante, molto varia, questo “Pinocchio” rovesciato, rivoltato in scena, un “Requiem” salutato con molti applausi dal pubblico, sempre folto in queste belle sere di ErmoColle.

RADIOECO – redazione news

Il festival Era e la sfida al Contemporaneo

di Giuseppe F. Pagano

La serata di sabato si chiude con lo spettacolare monologo di Requiem for Pinocchio. Non ci sono davvero parole efficaci per descrivere una pièce così complessa nella sua semplicità. La storia è questa: Pinocchio vuole tornare indietro, alla sua identità di burattino. La trasformazione in bambino lo ha proiettato in un mondo che ha ben poca “umanità”. Sullo sfondo c’è un processo, in cui Pinocchio si professa innocente delle accuse a lui ascritte, ed ecco la richiesta che l’ex (ormai) burattino fa al giudice: “approfitterei Vostro Onore dell’udienza per chiedere di tornar allo stato naturale delle cose, che, senza offender nessuno voler, da essere umano proprio non mi trovo. Poiché da burattin mai nessuno mi disse che divenir bambin significasse poi crescere diventare ometto, uomo, vecchio e poi morire. Ma la morte niente poi sarebbe, se non fosse che nel bel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai a dover lavorar per campare e la via della felicità s’è smarrita!”.

 

In questo spettacolo, pluripremiato, Simone Perinelli è insieme autore, regista e unico interprete. La recitazione si snoda tra cambi di registro vocale, movenze marionettistiche, ginnastica, e recitazioni con un flow quasi da rapper. L’universo di Pinocchio è quello della contemporaneità, tra citazioni pubblicitarie, vessazioni lavorative, persecuzioni politiche, inseguimento del profitto. Alla fine il burattino ha ragione nel reclamare il ritorno all’universo della fiaba “verista” di Collodi. Ma la fatina, diventata una femme fatale, gli nega il ritorno alla natura di burattino e piuttosto si finge morta.

Diverse le citazioni nello spettacolo, da Amleto sino alla Divina Commedia. Davvero azzeccate poi le scelte delle musiche che fanno da sfondo alle parti più ritmate del monologo, come le note di Pasquale Catalano (colonna sonora de “Le conseguenze dell’amore”), Chemical Brothers,Underworld.

Alla fine dello spettacolo arrivano applausi a scena aperta, tributo meritatissimo per questo lavoro che, soprattutto nella parte finale, sa persino commuovere. La scrittura di Perinelli è geniale e ti prende a schiaffi in un crescendo vorticoso. Lo sguardo “alieno” di Pinocchio è il miglior specchio in cui leggere le storpiature di un’umanità incasellata nella triade “cresci, consuma, crepa”. Essere un burattino oggi è, paradossalmente, un ritorno all’innocenza.

 

 

IL MASCALZONE

Requiem for Pinocchio, una testa di legno per ritrovare l’umanità

di Emanuela Sabbatini

MACERATA, 2012-11-06 – Seduto. Risatina isterica. Poi si flette indietro con la schiena riversa sulla panca e le gambe a disegnare un angolo retto col suo corpo. Poi di nuovo su, ancora una volta, un’altalena ritmica cui si alternano gesti volti a simulare branchie al posto delle orecchie, posture da boxer e altre difficilmente interpretabili. La reiterazione annulla il senso e l’amplifica, lo riannulla e lo amplifica un’altra volta. Inizia così Requiem for Pinocchio, piece teatrale in forma di monologo messa in scena ieri sera da Simone Perinelli al Lauro Rossi di Macerata. La rassegna di “teatro vivo”, No man’s Island, dell’associazione Nessunteatro parte on stage da questo interessante progetto della compagnia Leviedelfool, e subito torna in mente una certa attenzione del teatro contemporaneo per la fiaba di Collodi. Lo scorso anno infatti, Nessunteatro aveva scelto proprio il Noosfera Lucignolo di Latini per dare un’altra visione della celebre fiaba del burattino di legno.

Un vento persistente si insinua tra i vicoletti che costeggiano Piazza della Libertà, e un altro, diverso, è quello che accoglie gli spettatori all’interno del teatro. Perché il lavoro di Perinelli non può che scuotere, spazzare via ogni visione conformistica del vecchio burattino col naso lungo il cui sogno è quello di diventare bambino, e ripopolare l’immaginario di nuovi sensi. Si accede alla sala quando la performance è già iniziata, come a dirci che la storia parte da lontano, prima che qualunque piccolo spettatore possa sedersi ed assistere al processo più vecchio di tutti i tempi, quello che si interroga ancora una volta sull’uomo. È un Pinocchio della modernità quello in pantaloncini e t-shirt rossa. È un Pinocchio pop, lontano da eufemismi e dalle volgarità dei sensi unici. E difatti il monologo si fonda tutto sull’inversione del senso comune della storia di Collodi. La meta non è più il divenire umano, o forse lo è ancora. Pinocchio a processo, accusato dei suoi misfatti, chiede di tornare burattino. L’umanità a cui è approdato non è umana e allora tornare ciocco di legno, capace di godere della felicità di una corsa libera e scomposta all’inseguimento di una farfalla colorata, forse non è poi così grottesco. L’umanità ridotta a brandelli, a pezzi meccanici come ingranaggi pronti a definire comportamenti omologati, la corsa folle al profitto, la famelica bocca dell’opulenza, la viltà di un mondo del lavoro che non nobilita, la lotta per un tetto e quello per un teatro.

“Questo vostro vivere si chiama sopravvivere”. Così il Pinocchio umano, sente l’esistenza fatta di carne che respira. Un affanno all’obbligo, prima scolastico, poi lavorativo, poi semplicemente ipercommerciale, fatto di Ikea e spot, di claim pubblicitari e status su Facebook, di buoni propositi e soluzioni pronto-cuoci.

Perinelli fa del suo Pinocchio la quintessenza di una società rifiutata, priva di volto, incapace “di reggere lo specchio della natura”, compito questo affidato al Teatro. E allora il suo Paese dei Balocchi non è solo quello del bivacco bestiale, che tramuta carne umana in manto di asino, ma è il luogo dell’indigenza del mondo-trappola: qui, nel viaggio più bello della sua vita, l’umanità si compie. È quella di un cuore tracciato nell’aria con le mani e che lega in amicizia Pinocchio e Lucignolo. È quella dell’Amleto, che qui Perinelli recita e racconta in un esercizio di eccezionale sintesi e colore. È il mondo dell’arte che porta a dire “Sono artista, fui Pinocchio”.

No, non è dunque un lieto fine quello che è costretto a subire il celebre burattino. Dal legno del braccio all’osso e la carne, dall’intaglio naturale di un falegname solo in cerca di affetto e compagnia, alla trasformazione contro-natura in corpo mortale. “Ma la morte niente poi sarebbe se non fosse che nel bel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai a dover lavorare per campare e la via della felicità s’è smarrita”.

Perinelli mischia un testo composto e pensato in forma ritmica, musicale, con la dimensione battente del proprio corpo, sempre intento a cadenzare il recitato fatto di continui cambi vocali e a renderlo dimensione rassicurante e persino contemplativa. Perché in quel continuo riprodursi di suoni e gesti, ad aumentare non è solo la concitazione del narrato ma anche la certezza che il modello rispetti sempre se stesso nel corso dell’intera performance. Dai Chemical Brothers a Underworld, la piece procede senza intoppi cedendo, forse solo in qualche passaggio, ad una certa ridondanza stilistica.

Il senso della vita però è ben detto nel lavoro di Perinelli. È lì, in una formula incomprensibile rivelata da Geppetto nel ventre rassicurante della balena/pescecane, nell’assenza di senso capace di bastare a se stessa se si inverte in comune punto di vista dal quale ci siamo abituati a guardare le cose, persino le fiabe che ci raccontiamo da una vita.

Pubblico entusiasta e applausi convinti.

PANEACQUA 

La dignità insegnata dai burattini

di Fabrizio Baleani

Nel Pinocchio de LeVieDelFool, primo appuntamento della rassegna No man’s Island, il personaggio collodiano rifiuta il mondo degli esseri in carne ed ossa.

C’era una volta un burattino, principio d’esistenza lignea e manovrabile e fine della solitudine di chi lo fabbricò. Le favole sono lievi e crudeli sin dall’incipit. Fissano vertigini, disegnano incanti, consegnandoci la beffa d’averci creduto.  Alle origini di questo stupore che ogni truffa morale stima colpevole, è facile scovare il desiderio di sentirsi autentici. Questa è l’accusa inflitta all’imputato di legno protagonista di Requiem For Pinocchio di Simone Perinelli e Isabella Rotolo della compagnia LeVieDelFool, spettacolo d’apertura della rassegna maceratese di drammaturgia e critica No man’s Island. Solitudini da osservare, firmata da Nessunteatro. Il processo contro il celebre personaggio di Collodi, somiglia a una lunga auto-assoluzione, un deittico gridare, una ad una, in faccia a un’invisibile maestà giudicante, le ragioni di chi vuole tornare a muovere i suoi passi su gambe derivate da un tronco d’albero. Il Vostro Onore ineffabile, cui rivolgersi con deferenza, enuncia ed incarna l’avvicendarsi, senza requie, dei vincoli umani, l’obbligo di patire tra le lusinghe di una Fata Turchina sorpresa a mescere e somministrare conformismi di madre e d’amante, le illusioni trainate e le emozioni vuote finite sotto la frusta del cocchiere che conduce ragli chiassosi in privati e collettivi paesi dei balocchi, i dogmi di un sopravvivere attaccato al guinzaglio di un mestiere, d’una qualifica, d’un direttore del personale.  Perinelli riempie la scena, rappresenta entrambi i corni di questa alternativa irrisolta tra coscienza e falsa coscienza, il tono sentenzioso e apodittico del giudice, in ciascuno dei divieti impersonati dal medesimo, è un ritmico contrappunto a quello ingenuo balbettante e vero, del protagonista. Un monologo denso, fitto, sovrabbondante, s’annoda a una sapiente tessitura sonora capace di duettare con la voce, sfiorando, talora, il rischio di sovrastarla. L’attore-autore mostra una fisicità vitalissima, leviga ogni gesto come se intagliasse, con grazia, la materia dell’espressione, modella la voce in un rap variopinto, intenso, che intreccia l’intera vicenda in una cucitura ininterrotta d’umanità e artificio. La composizione drammaturgica procede come mani su un tamburo, al battere di annunci pubblicitari, status facebookiani,  imperativi confezionati nelle attrezzerie del superfluo, risponde il levare semplice e lieve, l’essenzialità nuda e irriducibile dell’originario ciocco di legno. L’andatura ritmica assume allora, nel recitato, la concitazione di un pulsare non più meccanico e impersonale, ma appeso a dita che mimano la forma d’un cuore, mirando al cuore d’un amicizia viva, quella con Lucignolo, al sapore di lecca lecca al mandarino, all’avventura ripida come una corsa senza motivo, volta a spiare e inseguire nel regno d’una curiosità non recintabile, carovane d’attori assieme al volo, sbilenco e libero, d’una farfalla.

Meglio allora arrischiarsi nell’affidare a Geppetto un responso sul senso della vita per vederselo saggiamente  ricacciare nell’incomprensibilità d’una formula dal sapore algebrico come il nome d’un personaggio tratto dalle  cosmicomiche calviniane, che sentirsi a proprio agio nel ruolo di obbedienti cartonati dai sorrisi stampati. Azzardare l’oltraggio del dissonante nel corteo dei decibel pettinati a dovere, potrà anche relegarci nel ventre di un cetaceo, sorprenderci a chiacchierare con un tonno grande quasi quanto la nostra voglia di non restare soli. Ma forse aiuterà a non dissolvere, del tutto, l’unica virtù in grado di non prenderci troppo per il naso. La fedeltà a noi stessi. Quella minacciata dai pinocchi in carne ed ossa. Quella gridata dalla purezza d’animo di un burattino: “…a prescindere da quel che sarà la sentenza, vi dico che questo vostro viver si chiama sopravvivenza. Preferisco faticar per uscir da una balena, che per esser libero un sol giorno a settimana, che non mi bastan quattro  giorni al mese per vivere la vita, perciò la lascerei a voi questa fatica e non perché sia tipo da battere la fiacca, ma stavo meglio col cappio al collo che col nodo di cravatta.

RADIOECO.IT

Itaca come San Vito Lo Capo.

Una straordinaria prima per LeVieDelFool a Lari con Macaron

di Francesca Gabbriellini

Già impegnata nella riflessione su un’ipotetica tripartizione dei significati dell’essere, esplicitata nello spettacoloRequiem for Pinocchio, la compagnia si esibisce stasera nella prima del secondo atto di quest’analisi.

Macarontocca il tema della r-esistenza, intesa come presa di coscienza determinata dell’obbiettivo da perseguire e l’Odissea verso di esso, disseminata di avversità, con un Ulisse che nel 2013 potrebbe chiamarsi Michele, potrebbe vivere a San Vito lo Capo e dirigersi attraverso mille peripezie mentali verso l’agognata meta della realizzazione artistica, in continuo reinventarsi e reinventare, perire e ripartire, come Super Mario alla rincorsa della principessa.

Un viaggio che 3199 anni fa vedeva protagonista Odisseo, l’uomo dal multiforme ingegno, spedito all’Inferno qualche migliaio di anni dopo per aver spiegato le ali al folle volo oltre le colonne d’Ercole e aver sfidato i limiti della conoscenza umana.

È proprio con le parole del canto dellaCommediache si apre lo spettacolo, le mani del protagonista descrivono nell’aria le lettere della celebre sentenza “Fatti non foste a viver come bruti…”, le sue ginocchia affondano lievemente sulla sabbia distesa, quella della riva su cui Ulisse approda, la stessa che Michele versa sul suo terrazzino per ingannarsi di essere sulla spiaggia, con sommo stupore di Veronica, la ragazza che ha conosciuto in queste giornate di fine estate.

L’attore indossa una maschera di maiale, la musica di sottofondo è un mischiarsi di voci che ricordano alla lontana l’intro diBlack MarketdeiWheater Report, una miscellanea che assume tratti sempre più metallici fino ad assomigliare a quella proveniente da un altoparlante, per poi svanire e fare spazio al tonfo sordo e pieno della palla da tennis, che il “maiale” segue con la testa, finto arbitro di un set inesistente.

Dall’impianto esceIs There Anybody Out There?, la maschera di maiale viene tolta e comincia il monologo, sapientemente condotto utilizzando l’ultima parola del discorso di Ulisse come incipit della dissertazione di Michele o Veronica.

Si descrive un brillante parallelismo tra Itaca e San Vito lo Capo, entrambe piene di uomini ingordi e assetati di potere, entrambe mete tanto ambite dai rispettivi personaggi, Ulisse perché è lontano da Penelope da dieci anni, Michele perché ha impiegato dieci anni per trovare casa nella cittadina.

Il gioco di rimbalzi, anticipato dalla finta partita di tennis, si dipana tra la grotta di Polifemo e le indicazioni per arrivare al negozio di souvenir “Polifemo”, la discesa all’Inferno per interrogare Tiresia e le insinuazioni di Veronica sull’inferno personale di Michele, incapace di dipartirsi dalla sua “Circe”, che altro non è che la claustrofobica casa dove ogni giorno conduce una vita di non-attività.

Veronica, si sa, è riuscita a ritagliarsi ampio spazio nel mondo dello spettacolo, si destreggia alla perfezione tra lavoro sul testo e interpretazione, controllo del diaframma e della voce; del resto, occorrono un sorriso smagliante e un’impeccabile dizione per pubblicizzare l’Estathé.

Michele immagina, di contro, come sarebbe lavorare in una ciclofficina, a contatto col pragmatismo, con la concretezza dell’aggiustare e del costruire, senza mediazioni e sovrastrutture volte soltanto a illudere il giovane artista di poter campare con l’”immateriale” da lui forgiato.

Sulle note di una struggente Where Is My Mindinteramente suonata al piano, alla fine Ulisse rimane solo nel viaggio verso Itaca, poiché i compagni hanno mangiato le vacche del Sole in Sicilia; lo stesso Michele rimane solo a San Vito lo Capo; di Veronica, partita per Parigi verso le luci della ribalta e verso un nuovo impresario pronto a comprendere la sua “bravura”, gli resta solo una foto salvata con titolo “Macaron”, proprio come il nome del famoso dolcetto francese, emblema e suggestione sensoriale di un “altrove” evanescente, per il quale si è disposti a r-esistere, à tout prix.

 

Applausi a iosa, nella speranza di poter vedere sulle scene il terzo atto di questa catabasi nell’esistenza umana, che con un numero esiguo di props e scenografia si propone al pubblico con una carica di realismo, stemperato dal richiamo del mito omerico, solo parzialmente narrabile a posteriori.

 
 

PENSIERI DI CARTAPESTA

di Redazione W.I.P.

di Lucrezia Ercolani

Pinocchio è davanti alla corte. Deve essere giudicato per tutte le sue colpe. Ma è lui ad avere una richiesta per il giudice: tornare un burattino. Perché beh, ecco, da umani non è che si stia così bene. Nessuno aveva detto a Pinocchio che una volta cresciuto avrebbe avuto quattro giorni al mese per vivere la vita. «Piuttosto il paese dei balocchi, ma non quello delle lotterie!».

Inizia così Requiem for Pinocchio.Simone Perinelli celebra la morte del burattino (o della spontaneità irresponsabile in ognuno di noi) mettendo in campo un’amara ironia e un’attività mimica senza sosta: solo in scena, è un attore instancabile.

Pinocchio ci racconta di sé, la sua storia si intreccia a brevi e taglienti battute che ci fanno sentire tutta la pochezza di un’esistenza già programmata servendosi di spot pubblicitari, luoghi comuni, film e canzoni commerciali che sembrano rinchiudere in sé tuttol’immaginario collettivo. La fatina viene dipinta come l’archetipo della figura femminile oppressiva nella vita dell’uomo che vi si sottomette, da mamma a moglie – «tanto per te non cambierà niente, perché farai sempre come ti dico io» – . Il fatidico sì è uno smile su facebook.

Il burattino, che piuttosto che andare a scuola preferiva rincorrere le farfalle o rubare lecca lecca, scappa e va nel paese dei balocchi, dove nessuno lavora e tutti sono allegri. Pinocchio ci parla della sua esperienza nel teatro, il cui scopo è metterne a nudo la canonicità, la stringente regolamentazione e in ultimo la scontatezza – «Amleto morto. Tutti morti. Una tragedia» – .

Ora che il burattino è diventato umano, l’immortale grillo parlante (che Pinocchio cerca inutilmente di eliminare) consiglia di mettere su famiglia, lavorare, prendere una casa in affitto – «controindicazioni: tenere lontano dalla portata del lavoratore precario» -. Pinocchio ha la gran fortuna di trovare posto in una compagnia assicurativa, ma non è felice. Riesce ad ottenere un colloquio con il capo, il quale riesce a fatica a comprendere che il suo dipendente non vogliatre dindiin più ma semplicemente il tempo della sua vita. Accusato di sputare nel piatto in cui mangia, Pinocchio risponde: «e che dovrei sputare in quello degli altri?».

Difficile rendere la vivacità dello spettacolo, una successione senza respiro che non può non far interrogare lo spettatore su cosa significhi essereumani(a meno di non accettare che il senso della vita consista in un breve codice di numeri e lettere, come rivela Geppetto nella pancia della balena). D’altronde Pinocchio all’inizio ci aveva detto che, a prescindere dalla sentenza, questo nostro vivere si chiama sopravvivenza.Requiem for Pinocchioci consiglia di sciogliere il nodo della cravatta e tornare a rincorrere le farfalle.

 
 

TEATRO.ORG

TEATRI DI VETRO 7 – QUINTA GIORNATA

di Alessandro Paesano

 

Requiem for Pinocchio di e con Simone Perinelli più che un seguito alla favola di Collodi, come viene presentato nel programma di sala, è una rivisitazione della medesima attraverso l'immaginario collettivo anni 70 tra slogan pubblicitari e programmi televisivi di allora (il Pinocchio di Comencini compreso) fatta dal punto di vista della fragile umanità del bambino  Pinocchio che rivive le proprie vicissitudini raccontandole a un giudice dinanzi al quale è chiamato a testimoniare.

Kermesse per un attore solo eseguita magistralmente da Perinelli che si dimostra grande affabulatore Requiem for Pinocchio, mentre si propone come attualizzazione del romanzo ottocentesco all'immaginario collettivo più prossimo al nostro sentire, impiega la favola collodiana per raccontare la nostra contemporanea precarietà.

L'omaggio letterario, squisitamente teatrale, si fa  strumento di un discorso altro (grazie anche ad alcuni innesti da Emporium, poemetto di civile indignazione di Marco Onofrio) dove la ludicità e il sottrarsi al dover essere borghese di Pinocchio cozza contro la precarietà di un presente che ci rende tutti burattini e ci strappa all'umanità della spensieratezza (e del disimpegno) e ci piega in una neo-schiavitù per la quale dobbiamo pure dire grazie.

Rispetto il testo originale nel quale l'impegno e la responsabilità sono le chiavi di volta di un impianto morale e ideologico squisitamente borghese e dall'alto profilo l'attualizzazione dii Perinelli affonda le radici in un anarchismo de-responsabilizzante tutto proteso verso il lato ludico del Pinocchio del paese dei balocchi che, sebbene sviluppato nel segno di un ricordo elegiaco dell'infanzia rubata, fa della critica allo status quo più un  ribellione a priori che il seme di una critica che si possa dire davvero politica.

TEATRO&CRITICA LAB

Processo a Pinocchio

di Marcella Santomassimo

E Pinocchio? Cos’è diventato? Come se la cava a dover vivere, o meglio sopravvivere, nel Belpaese tra compromessi e lavoro sottopagato?Tutti intenti a crescere, ci siamo dimenticati di lui.
Simone Perinelli invece no e lo porta in scena al Teatro Palladium dandogli voce, senza effetti speciali: sul palcoscenico soltanto un tavolo e una corda. L’ambientazione favolistica è ormai qualcosa di lontano, Pinocchio è ora un uomo, passato dal Paese dei Balocchi a quello delle lotterie. Desidera una cosa sola: ritornare allo stato naturale delle cose, ritornare ad essere un bambino di legno, libero, non costretto a farsi schiavo.“Requiem for Pinocchio” è un processo a chi una volta era un pezzo di legno ed ora non lo è più. Per rispondere alle accuse che la corte gli imputa c’è bisogno che cominci a raccontare la sua storia fin dall’inizio andando indietro nel tempo, alla notte della sua creazione, sogno proibito di ogni falegname.Un districarsi tra precari, grilli parlanti, giudici corrotti, fate, desideri proibiti di libertà, paese dei balocchi e balene occupate. Passato da una realtà in cui l’insegnamento più grande era quello di non dire bugie, si ritrova catapultato in un mondo in cui tutto è menzogna, finzione, dagli slogan pubblicitari alle parole dei politici. La paura ora è esattamente quella opposta: non riuscire più a mentire.Il testo scritto, diretto e interpretato da Simone Perinelli – con un estratto di “Emporium, poemetto di civile indignazione” di Marco Onofrio – ha una sua struttura precisa che non si lascia soggiogare dall’obbligo della linearità, della comprensione del tutto. Ne viene fuori un ibrido che si contamina di varie suggestioni provenienti dalla realtà ma anche da film, tragedie teatrali e letteratura; dosando bene l’ironia, Perinelli riesce a delineare una critica sofferta di questo momento storico e a evitare quel retrogusto che troppo spesso sa di retorica. La potenza della pièce risiede però principalmente nel corpo dell’attore che senza risparmiarsi ricrea, con movenze insieme fluide e meccaniche, le sembianze, i giochi e le fantasie dell’ex burattino per il quale la felicità è solo un vago ricordo e al suo posto ora c’è la pazzia, quella di vivere in mezzo agli uomini.

LE FLANEURS

Teatri di Vetro Che Non Hanno Paura

di Lou Andrea Dell'Utri Vizzini

Simone Perinelli, membro de Leviedelfool, struttura che lavora per creare la "rotta per un viaggio possibile", porta sul palco del Palladium il suo ultimo viaggio (in tribunale): Requiem for Pinocchio. 
Non siamo piú dentro la favola, Pinocchio é dietro il banco degli imputati e deve rispondere alle accuse che gli sono rivolte dalla corte. Ma ha solo un'ultima richiesta: tornare burattino. Nessuno gli aveva detto che essere uomo avrebbe significato limitare al minimo la sua libertá, arrivare a preferire il cappio rispetto al nodo alla cravatta. 
Una musica viaggia nella voce di questo splendido attore, che trasforma il racconto in una melodia dalle tante voci. Solo e con un microfono e un tavolo, Pinocchio torna indietro da Collodi per raccontare di fate, grilli, padri apprensivi e amici poco di buono. Tra le vicende narrate spicca l'incontro di Pinocchio con il teatro e la scoperta del vero fine dell'arte: "reggere lo specchio alla natura".
Una prosa poetica, affannata e ricca, fa del burattino un personaggio piú vicino... Ancora di piú quando inizia il racconto della sua vita da uomo, la ricerca ansiosa di un lavoro, la perdita della libertá e della felicitá spensierata, la voglia di tornare indietro.... Pinocchio rivuole indietro il tempo, preferisce gli errori a una vita grigia e monotona. 
Esilarante l'ironia di questo saggio ex burattino che stuzzica la nostra memoria di bambini per poi portarci a riflettere su quanto di piú contemporaneo puó esserci: il mondo del lavoro, la vita frenetica, l'ansia di vivere in una gabbia di schemi sociali. Questo Requiem si dimostra piuttosto un inno alla gioia incontenibile dell'infanzia, un rifiuto della condizione "umana" vista dal suo profilo alienante. La risata non è mai scatenata da una stupida battuta, quanto piuttosto dall'intelligenza acuta di questo testo e dall'amara consapevolezza che, se potessimo tornare indietro, preferiremmo essere degli scalmanati burattini.