YORICK - un Amleto dal sottosuolo
Drammaturgia e Regia Simone Perinelli
Con  Simone Perinelli
Aiuto Regia e Organizzazione Isabella Rotolo
Musiche originali Massimiliano Setti
Musiche Violoncello Luca Tilli
Disegno luci e scene Fabio Giommarelli 
Progetto Audio e Tecnico del suono Marco Gorini
Costumi Labàrt Design
Foto di scena Manuela Giusto
video Fabio Trifoni
Produzione Fondazione Teatro della Toscana e Leviedelfool

e con il sostegno di Pilar Ternera Nuovo Teatro delle Commedie, Aldes/SPAM
collaborazione artistica Roberta Nicolai

 

Dì tutta la verità, ma dilla obliqua - il successo sta nell’aggirare.

Emily Dickinson

 

C’è una linea che divide il cervello in due emisferi. Una linea che separa il bene dal male, il sano dal malato, ciò che è consentito dire e ciò che è meglio tacere.

C’è una linea che è confine e divide le onde del mare: una linea che è frontiera.

C’è una linea che separa il presente dal ricordo e c’è un confine in ognuno di noi che separa l’abisso dell’irrazionale dalle fortezze costruite dalla ragione.

C’è una linea che separa i vivi dai morti.

Amleto, atto V scena I. Un cimitero qualsiasi in Danimarca. Scavando la fossa per Ofelia viene ritrovato il teschio che un tempo fu Yorick, il buffone di corte di re Amleto.

Svegliato dal “lungo sonno”, interpellato dal dramma, Yorick assiste dal sottosuolo allo spettacolo che si sta svolgendo proprio sopra di lui e intanto ci racconta il sottosuolo, il non visibile, ciò che si nasconde alla ragione umana, ciò che di solito riemerge nei sogni.

Il sottosuolo di Yorick è uno spazio abitato dall’immaginazione, da un pensiero che è obliquo più che retto, da quei poeti definiti pazzi dall’altra versione dei fatti.

Il sottosuolo si nutre dello scorrere eterno del dramma in superficie.

Non è più il luogo della morte, ma quello della follia, dello sguardo sull’abisso.

C’è una linea.

Il tempo passa e i significati aldilà delle linee cambiano: quello che per un greco antico era un “invasato dal dio”, per un medievale un “posseduto dal demonio”, per la scienza psichiatrica diventa un “malato”.

Il tempo passa e i matti che una volta venivano allontanati via mare e affidati all’acqua, vengono rinchiusi. Il mare, metafora dell’instabile e dell’inquietante, diviene pozzanghera della terra e le sue onde divise in acque territoriali per delimitare anche sull’instabile le proprietà dell’uomo.

L’inconscio, eterna creazione di forme, diviene landa deserta da conquistare e civilizzare e la follia, figura cosmica, trasformata in difetto della ragione.

Così in questo orizzonte reso piatto e arido dalla pscicoanalisi e dalla psichiatria con il loro vano tentativo di codificare l’anima attraverso un balbettìo di schemi, sintomi ed elenchi, ci sono ancora poche imbarcazioni che hanno l’ardire di salpare oltrepassando confini come se questi non esistessero realmente.

Sono matti, poeti o semplicemente immigrati clandestini.

Sono navi che trasportano anime pericolose perché a comandarle è una voce interiore che esce da un altoparlante di bordo. La voce di un teschio che si dice che un tempo fosse in grado di farci vedere dentro a quel fondo inesplorato e capace di scherzare su tutto, persino sulla morte.

 

 

Perché la cultura occidentale ha respinto dalla parte dei confini proprio ciò in cui avrebbe benissimo potuto riconoscersi,

in cui di fatto si è essa stessa riconosciuta in modo obliquo?

Perché ha affermato con chiarezza che la follia era la verità denudata dell’uomo,

e tuttavia l’ha posta in uno spazio neutralizzato e pallido ove era come annullata?

Michel Foucault